Carnevale di Manfredonia | Tinella
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Tinella

Tinella Capurso, la geniale antesignana del Veglioncino dei Bambini

Si spegnevano gli ultimi sinistri bagliori del 2° conflitto mondiale.

E’ Foggia, che ha sperimentato in tutta la sua crudezza gli orrori della guerra con le sue innumerevoli vittime innocenti, sentì come poche città il bisogno liberatorio di sciogliere il groppo in gola che la soffocava. E’ così che il capoluogo dauno, alla fine degli anni Quaranta, riprendeva prontamente ad organizzare corsi mascherati a premi per maschere singole o a gruppi. inondando le sue vie di coriandoli e allegria. Ma il fiore all’occhiello delle manifestazioni carnevalesche foggiane era il Veglioncino dei Bambini, che si svolgeva al Teatro Giordano, con il proscenio allungato, per l’occasione nella platea.

A Manfredonia impazzava in quegli anni, il millenario Carnevale spontaneo contraddistinto da inebrianti e coloratissime mascherate, che scorrazzavano travolgendo la città di sorrisi e burle spassose.

C’era tutto un pullulare di “socie”, visitate da grosse schiere di maschere folleggianti, spuntate sulle strade festose e chiassose come ad un cenno, tutte insieme dai sottani. Veri e propri battaglioni che coloravano il grigiore e gli stenti del difficile dopoguerra.

In quegli anni Elisabetta Capurso (la compianta e indimenticata artista sipontina, meglio nota col nome di Tinella) pensò bene di presentare le sue creazioni carnevalesche al Teatro Giordano, vero tempio allora, della manifestazione per bambini.

Era un’autentica sfida mozzafiato, dove bisognava dare fondo a tutte le proprie risorse cretive, per offrire un’immagine che colpisse favorevolmente la qualificatissima giuria, chiamata ad emettere verdetti, che risultavano assai difficili. Ma Tinella, che tutto questo sapeva, si esaltava, sfornando dal suo ingegno oltremodo creativo modelli innovativi e, con pochissimi mezzi e materiali infimi, soluzioni geniali da un punto di vista della funzionalità strutturale, all’insegna di un mirabile estetismo, coniugato allo scanzonato spirito carnevalesco.

Dalle sue mani laboriose e infaticabili, da quelle sue mani estrose e creative venivano fuori, come per magia, vere e proprie chicche, che acclaravano maggiormente il suo innato senso dell’armonia artistica.

Esaltante e indimenticabile è stata poi la sfida che la bravissima Tinella ha dovuto affrontare per domare e vincere in più occasioni la fierezza della facoltosa Sig.raAntonietta Nobile, orgogliosa e creativa consorte di un noto professionista foggiano, la quale era solita avvalersi anche dell’opera di un cartapestaio viareggino per la realizzazione delle sue maschere.

La sua febbrile vitalità, da autentica pragmatista, la metteva al riparo da ogni forma di scoramento. Alla potenza delle danarose famiglie si opponeva con la sua indomita passione e con l’estro creativo. Molte notti la diligentissima artista sipontina le ha trascorse, in fervida attività, davanti alle sue creazioni, raccolta nel silenzio notturno, tutta tesa a escogitare meravigliose soluzioni con le sue mani fatate ed eccezionalmente abili a rimuovere le tantissime difficoltà frapposte dalla esiguità e dalla estrema pochezza dei pochissimi materiali a disposizione. Materiali, tra l’altro, davvero molto elementari, con i quali confezionava i suoi mirabili costumi, tracciando un percorso originale nell’uso fantasioso di mezzi realizzativi davvero miseri.

Estrosa antesignana dell’arte povera con il fuoco della creazione che, dopo i primi rudimenti del cucito, appresi alla sartoria della cugina Rosa Segreto, ha carpito, da autodidatta caparbia e geniale, i segreti del taglio, applicati mirabilmente alla costumistica carnevalesca. Le sue creazioni avevano dell’incredibile, meravigliose negli esiti estetici, veri e propri balocchi, che conciliavano armonicamente tessuti, colori, accessori e passamanerie, tutti inventati, indossate pealtro da spassosi bambini, per i quali Tinella componeva gustosissime filastrocche, combinate con divertenti movenze, accattivanti inchini e smorfie da veri artisti del palcoscenico, quel palcoscenico dove lei, in veste di attrice geniale, faceva rivivere scene e personaggi popolari con rara destrezza verbale e mimetica.

I suoi “marmocchi” perfetti interpreti e inappuntabili indossatori dei suoi costumi, rispondevano ai nomi di Rita Palumbo (ora docente), di Nino Brigida (figlio de “Lenocce a Permanènte), e di Gigetto Prato, (Il Presidente in carica dell’Istituzione Carnevale Dauno) autentica maschera del Carnevale Sipontino, che era solito, tra l’altro, sulle orme degli artisti istrioni delle nostre mitiche mascherate (vedi il compianto Dott. Peppino De Salvia), presentarsi in pubblico in una veste sempre nuova e comica, originale ed esilarante, spargendo confetti e risate a crepapelle nelle piazze e nei Saturnali sipontini, che si protraevano fino a sole levato, quest’ultimo incantato davanti a tanto avvolgente divertimento delle maschere, non mai dome e schierate per l’ultima quadriglia, comandata alla francese.

E’ così questo poritecnico mattatore del Carnevale Dauno (suo il famoso detto secondo cui “Nelle vene del Sipontino, a Carnevale, scorrono Coriandoli”), ha sfilato al Cineteatro Pesante e al Giordano, conseguendo lusinghieri piazzamenti con le portentose creazioni di zia Tinella, autorevole ambasciatrice del nostro Carnevale nel capoluogo dauno.

Con il costume de “Il gatto con gli stivali” e risultata vincitrice del 1° posto, nel 1951, al Pesante; e nel 1952, al Giordano, del 2° posto.

“I tre porcellini” (Gigetto, Rita e Nino), che ha incantato le affollatissime platee, con la bellezza del costume, valorizzato maggiormente dalla splendida e artistica esibizione dei tre esilaranti monelli curata magistralmente dall’abilissima Tinella.

Altri piazzamenti di rilievo li ha conseguiti negli anni seguenti, forgiando sempre con il fuoco della sua passione genialmente creativa, soprendenti e mirabolanti creazioni, che hanno riscosso il plauso unanime per l’originalità della concezione, concretizzata con materiali insignificanti.

Con la sua claunesca nidiata, magnificamente mascherata dalle belle ed espressive maschere del compianto Angelo Foglia, noto Avvocato con il vizio dell’artistica creazione caricaturale. Tinella, entusiasta e raggiante, quasi si recasse a rivivere il lieto epilogo della fiaba, col noleggio dei Fratelli Morlino, o salendo sul treno, con la sua cucciolata fiabesca, artisticamente addestrata, si recava nella tana di Satanello, al Teatro Giordano, dopo avere calcato il nostro “Pesante”, dove, con il suo sorriso profondamente umano e luminoso, sciorinava le sue avvincenti ideazioni carnevalesche, suscitando ammirazione generale.

Tracciava Tinella un percorso originale, in quelle trepide nottate, trascorse in vigile creazione, per domare e plasmare la “sorda materia” dei vili materiali, allora disponibili per le sue fantasie di Carnevale, esposte, in fotografia, nelle vetrine del commerciante Barbone, in Corso Manfredi, affollatissimo di chiassose e colorate mascherate, che rendevano favoloso, avvolgendolo dentro a nubi di coriandoli e confetti, il Carnevale sipontino, costruito con moldo poco.

E la grande Tinella con le sue “fiabe” carnevalesche è stata, in questo, autentica Maestra, giustificando appieno l’istituzione del Trofeo omonimo.

(Testo a cura di Lorenzo Prencipe)

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