Carnevale di Manfredonia | Le “Socie”
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Le “Socie”

“A SOCIE”

“C’era un gran pullulare di “socie”, che caratterizzavano il bel Carnevale Sipontino. Mentre si consumavano le ultime leccornie natalizie (Pasque Epefanie tutti fèste Porte vie, ossia: Pasqua Epifania ogni festa porta via), il pensiero volava a “Sant’Andunie masckere e sune”, alla festa di Sant’Antonio Abate, data tradizionale di apertura dei nostri Saturnali, da cui prendevano inizio per i giovedì grassi successivi, durante i quali apparivano le prime maschere. La 2socia”, punto nodale delle mascherate, era una vera e propria società, costituitasi con l’aggregazione dei buontemponi, (perlopiù amici, parenti, compari e comparelli), con lo scopo di organizzare al meglio serate da ballo.

Aveva un proprio capo (u chèpe ‘ndreje, persona nota e temuta), e proprie regole, che i soci erano tenuti a rispettare e a far rispettare agli avventori mascherati e non, che la frequentavano. I soci contribuivano finanziariamente e prestando la loro opera per l’allestimento della “socia”, abbellita e adornata il più possibile in una sorta di gara con quelle approntate da altri allestitori. Si utilizzavano i sottani a due stanze, in una delle quali si ammonticchiava il mobilio, adibendo l’altra a sala da ballo. Veniva addobbata con festoni, con lampioncini, maschere e una pioggia di stelle filanti, per creare quell’atmosfera magicamente festosa nella quale si comandavano quadriglie alla francese o ci si inebriava in tarantelle vivacissime, che toglievano il respiro e fiaccavano le gambe. Le maschere, verso le ore 14,00 spuntavano alla chetichella dai sottani, scendevano, come per incanto, dai bianchi mignani, comparivano fiabescamente dai portoni signorili in sontuosi costumi, affollando strade, piazze e cortili e trasformando la città in un’unica e festosissima “socia”, frequentata da mascherate chiassose, lanciate in scorribande istrionesche.

Era una bolgia di burloni multicolori folleggianti, travestiti con ricchi costumi o buffamente camuffati alla maniera povera, armonicamente frammisti a lucidi pagliacci, ignari protagonisti policromi di un imponente affresco.

Dove c’era un grammofono, là ci si recava a ballare, sicuri di trovare anche il tradizionale bicchierino (u ditèle perchè il bicchierino capace quanto un ditale).

Ancora di più erano prese d’assalto le “socie”, preparate ad accogliere i battaglioni della risata. C’era sempre ressa festosa davanti alle “socie, dove le schiere dei burloni mascherati sostavano aspettando il loro turno. Il primo ballo le maschere lo ballavano fra di loro, dopo che il loro si era smascherato al caposocia. Esaurito il quale, nel rispetto di un rituale canonico di cortese accoglienza e di galanteria cavalleresca, il rex sociorum (u chèpe ‘ndreje) stabiliva gli accoppiamenti per il secondo ballo, per il cui coinvolgimento gli ospitati, da perfetti cavalieri, invitavano con deferenza le dame della “socia”. Altrettanto i soci nei confronti delle dame ospitate.

Poteva succedere di tutto, anche di ballare con una cicciona chiapputa, o con qualche sgorbio baffuto. U chèpe ‘ndreje vigilava intransigente sugli accoppiamenti da lui decretati. Era un atroce supplizio per il malcapitato, una liberazione la fine del ballo e si tornava a ballare volentieri con la propria compagna e poi di corsa verso un’altra “socia”.

Corso Manfredi ea un teatro dalle mille esibizioni, avvolto in nuvi di coriandoli. Dal circolo dei galantuomini, nei pressi del bar Aulisa, piovevano gragnole di confetti, di diversa foggia. (cumbitte, salemune e cannèlline) sulle mascherate folleggianti, che non disdegnavano di raccoglierne qualcuno.

La fantasmagorica “socia” di Corso Manfredi era invasa da ondate cavallone di buonumore, sonorizzata da mille suoni di trombette ammalianti, accompagnate dal tintinnio dei tamburelli, agitati da mani festanti

Satanelli cortesi, nel mare di maschere schiamazzanti, allungavano i loro compassi con i sacchettucci di confetti e di messaggi alle leggiadre fanciulle sipontine, affacciate ai balconi addobbati di maschere e festoni. C’erano capanelli, ai crocicchi, di maschere, che prendevano a ballare al suono di fisarmoniche e chitarre, mentre intonavano tarantelle inebrianti sotto una pioggia di coriandoli e stelle filanti. Le maschere, in sarabanda, non mai stanche e, a perdifiato, erano sempre pronte a visitare altre “socie” fino a mezzanotte, oltre la quale non si era più obbligati a riceverne altre e l’accesso non era più consentito a chiccessia.

Il carosello festoso continuava nella “socia” di appartenenza, fra pirotecniche tarantelle e artistiche quadriglie comandate alla francese, frammiste a tanghi, valzer ed altro. Quando, poi, si sospendevano i balli, comparivano pizze ristoratrici, fragranti farrate (rustici latini millenari) da poco sfornate dagli antichi forni a legna. Allietavano i festeggiamenti anche dei giochi spassosi. Ricordiamone alcuni. Quello della chiave: con questa, pendente da uno spago legato alla cinta, il socio penalizzato, fra risate maliziose, doveva spostare una moneta da un cerchio, segnato per terra. Gran divertimento per gli astanti e spasimi per il malcapitato, poi, con il gioco del bicchiere: il socio punito, con le mani legate dietro le spalle, doveva bere al labbro di un bicchiere, poso sopra una sedia.

Paste secche (pezzarèlle e frofrò), accompagnate da gustosi rosolii caserecci, vermut e marsala all’uovo, vivacizzavano maggiormente i balli fino al capogiro.

Visi impastati di coriandoli e sudori, le maschere, girandole multicolori, turbinavano, sfavillando sorrisi in un tourbillon di stelle filanti e confetti fino a sole in alto levato.

Nella “socia” si combinavano tanti matrimoni, altri si scombinavano fra tarantelle vorticose, sguardi furtivi, ammiccamenti maliosi e fulmini procellosi, che ne nascevano disarmati dalla baldoria beata dello spumeggiante Carnevale Sipontino.

(Testo a cura di Lorenzo Prencipe, fotografia Archivio Franco Rinaldi)

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